Chissà quante occasioni perdiamo ogni giorno. Dall’altra parte vogliamo certezze, speranze, sicurezze: in un brano troviamo scritto “cosa avremo in cambio?” Gesù ci dice: “cento volte tanto …” ma dobbiamo sempre lasciare tutto per lui e questo ci pesa duramente.
Meditazioni sulle letture del giorno: dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni (Ef 4,1-7.11-13) e dal Vangelo secondo Matteo (Mt 9,9-13).

Nella festa di san Matteo in occasione anche dei miei 19 anni trascorsi dai voti perpetui, le letture sono ricche di propositi per uno stile di vita pieno di vitalità alla sequela del Signore. Nella lettera agli Efesini san Paolo dice “io prigioniero a motivo del Signore”: i discepoli non possono fare a meno della Parola di Gesù, come anche noi, in quanto chiamati, non possiamo vivere senza il Suo Corpo e il Suo Sangue offerto attraverso l’Eucarestia. I discepoli, come tutti coloro che si fanno sedurre dal Signore non possono essere se non prigionieri dell’amore di Gesù; sono discepoli la cui vita altro non è che la vita stessa di Cristo. Francesco di Assisi viene chiamato ‘l’altro Cristo’ perché ha fedelmente imitato in tutto l’esempio e la vita del Signore in ogni sua Parola contenuta nella Sacra Scrittura. San Paolo dopo questa premessa, cosa ci esorta a fare? Ci esorta a vivere e testimoniare, non con i grandi miracoli né con le grandi opere né con grandi sacrifici o che altro sia, ma ci incoraggia con queste parole: “comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto, con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità, sopportandovi a vicenda nell’amore, avendo a cuore di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace.” A tutti piacerebbe vivere seguendo questo ammonimento ma ciò che ci allontana da ciò è semplicemente l’orgoglio, la superbia, l’arroganza, gli interessi. Sembrano parole astratte ma se le caliamo nella nostra vita, quante volte vogliamo fare ciò che dice Paolo ma non riusciamo a farlo, non riusciamo a darci pace, non riusciamo a non perdonare continuando a nutrire rancore. Vogliamo giustizia, vogliamo plasmare l’altro, vogliamo predominare. Parliamo di umiltà e compassione ma quando ci tocca viverla ci sembra un macigno che ci sta crollando addosso, forse perché in realtà non cerchiamo quell’autenticità ma altro; invece dovremmo abbellire il nostro essere cristiani. È necessario prestare attenzione a tutto ciò che è contrario alla verità. Non bisogna adulare o ingannare gli altri. Il popolo di Dio è un figlio che non osa mentire, che odia e detesta la menzogna. Bisogna fare attenzione all’ira e alle passioni non governate. Se c’è un’occasione giusta per esprimere dispiacere per ciò che è sbagliato e per rimproverare, fate in modo che sia senza peccato. Diamo spazio al demonio quando i primi moti del peccato non sono gravi per la nostra anima, quando vi acconsentiamo e quando ripetiamo un’azione malvagia. Questo insegna che il peccato, se si cede, fa entrare il diavolo in noi; questo è il motivo per cui dobbiamo resistere, evitando ogni apparenza di male.
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San Paolo ci ricorda di sopportarsi l’un l’altro nell’amore, cioè sopportare le infermità per un principio d’amore, e per non cessare di amarle a causa di queste. I cristiani migliori hanno bisogno di sopportarsi l’un l’altro e di rendere il meglio l’uno dell’altro, di provocare le grazie gli uni degli altri e non le loro passioni. Troviamo in noi molte cose che è difficile perdonare a noi stessi; quindi, non dobbiamo pensarci molto se troviamo negli altri ciò che riteniamo difficile perdonare ma dobbiamo perdonarli come perdoniamo noi stessi.
Sforzarsi è una parola del Vangelo. Dobbiamo fare del nostro meglio. Se gli altri litigano con noi, dobbiamo fare attenzione a non litigare con loro. Se gli altri ci disprezzano e ci odiano, noi non dobbiamo disprezzarli e odiarli ma perseverare nel vincolo della pace. La pace è un legame, perché unisce le persone e le fa vivere amichevolmente.
Nel vangelo di Matteo c’è il bellissimo episodio della chiamata di Levi (= Matteo): Gesù passò, lo guardò, lo fissò e gli disse “seguimi”, non disse altro né aggiunse chissà quali discorsi o promesse. Anche nella nostra vita, forse ogni giorno, quante volte Gesù ci passa e ci dice “seguimi”, ma, presi da pensieri, preoccupazioni e tribolazioni o progetti, non ascoltiamo, anzi ci illudiamo pensando: ‘quando avrò tempo vedrò’. Chissà quante occasioni perdiamo ogni giorno. Dall’altra parte vogliamo certezze, speranze, sicurezze: in un brano troviamo scritto “cosa avremo in cambio?” Gesù ci dice: “cento volte tanto …” ma dobbiamo sempre lasciare tutto per lui e questo ci pesa duramente.
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Quante volte ci preoccupiamo del parere della gente e non di quello di Gesù che, invece, pranza con i “pubblicani e i peccatori”, persone di poco conto, scartate, corrotti! Spesso a noi interessa quelli che possono servirci e non quelli che non possono esserci utili. È vero che usiamo la carità verso gli ultimi ma può essere anche solo per “metterci in pace con la coscienza” diventando come i farisei: ci piace apparire giusti e perfetti. Cosa risponde Gesù: voi non avete bisogno di essere curati, perché già vi credete perfetti, invece io cerco chi ha bisogno di essere curato, i poveri di cuore, gli umili, coloro che sentono il peso delle sofferenze, hanno la consapevolezza del loro peccato, gli smarriti di cuore. I “poveri di Jahvè”, detti anawîm, sono proprio gli umili e i fiduciosi in Dio: non solo poveri materiali, ma persone che vivono nella dipendenza da Dio, nella giustizia e nell’umiltà. Io ho bisogno di farmi guarire da Gesù e se non sono vuoto di me stesso, se sono pieno del mio IO, sarà molto difficile che guarisca; l’ultimo versetto ci suggerisce come poter vivere tutto ciò: “Misericordia io voglio e non sacrifici” non per far strada ai miei interessi ma per imitare l’amore gratuito e viscerale del Signore, che si abbassa ogni giorno sull’uomo per amarlo e proteggerlo. Imitiamolo non con inutili sacrifici, penitenze e cose simili che si rivelano inutili se poi nel cuore non c’è desiderio di amore e di umiltà alla sua sequela. Quando Gesù ci insegna la preghiera del Padre, ci dice di non sprecare parole ma di essere concreti e chiedere cose reali per il nostro bene e per il bene degli altri. Non dobbiamo avere paura di essere peccatori, di sentire la mancanza di amore, ma dobbiamo cercare il vero Amore, il vero Amato. Più ci rendiamo conto che abbiamo bisogno di essere amati nelle nostre fragilità, più ci sentiamo figli. Gesù non ha bisogno di grandi cose o di grandi opere, ma sarà Lui stesso a farle in noi se ci disponiamo ad amarlo nell’umiltà e nella carità reciproca. Il resto verrà da sé: dall’amore che trasmettiamo senza filtri e senza maschere, senza ipocrisie e senza giustificazioni. La serenità nell’anima viene proprio da questo: da quando non pretendiamo nulla ma ci accontentiamo di tutto, non come persone fallite ma in qualità di persone che amano “l’oltre” delle realtà. Non desideriamo farci strada perché la strada ce la indicherà il Signore; non cerchiamo amori, ma amiamo l’Amore; non andiamo in cerca di cose o ideali ma rimaniamo nell’amore e troveremmo tutto ciò che desideriamo. Amen.
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